TURCHI GIÀ IN LIBIA, AMMIRAGLIO DE FELICE: “GOVERNO INCAPACE, ITALIA IN PERICOLO”
TURCHI GIÀ IN LIBIA, AMMIRAGLIO DE FELICE: “GOVERNO INCAPACE, ITALIA IN PERICOLO”

L’Ammiraglio Nicola De Felice ha analizzato la situazione libica alla luce dell’ormai imminente ‘invasione’ turca e le ripercussioni per l’ Italia sul giornale Sito di Sicilia
Il caos in Libia rischia di farci catapultare foreign fighters dell’Isis già combattenti in Siria direttamente in Sicilia.Quello che deve preoccupare di più è l’incosciente che spola delle navi delle Ong tra le coste libiche e l’Italia, potenziali traghettatori di cellule terroristiche.Ricordo che con la “Sea Watch 3” di Carola Rackete arrivarono i tre torturatori libici poi arrestati. La politica dei porti aperti non può che accentuare il fenomeno. Il Viminale già a Natale aveva emesso un’ordinanza con cui parlava di “persistenza della minaccia terroristica internazionale”.
Ma c’è qualcosa in più da evidenziare: ben presto avremo in Libia combattenti stranieri che oltre a minare la sicurezza nazionale con il controllo del rubinetto dei flussi migratori, delle armi e della droga, avremo degli eserciti di mercenari che condizioneranno pesantemente i nostri interessi economici ponendo le mani sulle concessioni petrolifere dell’ENI, sulle piattaforme off-shore e sul gasdotto Greenstream che collega la Libia con Gela, da lì nella rete nazionale fino a permettere alle nostre casalinghe di Verona di preparare il caffè ogni mattina.Ciò che sconcerta non è tanto quello che fanno le altre nazioni come la Turchia o la Russia, ma quello che non fa il nostro governo per tutelare i nostri interessi nazionali in Libia.La conservazione della libertà di un popolo è direttamente proporzionale alla capacità del suo governo di tutelare i suoi interessi nazionali. Senza degli statisti capaci di definire e di attuare una strategia di sicurezza nazionale, l’Italia è persa.
Nicola De Felice, ammiraglio di divisione in ausiliaria
Una penetrazione sancita nero su bianco con il Memorandum fra Libia e Turchia firmato il 27 novembre in possesso del Giornale. Venti articoli che già prevedevano l’invio di soldati, la creazione di un comando congiunto, fornitura di armi, operazioni comuni, scambio di intelligence e mobilitazione di forze terrestri, navali e aeree.
La missione diplomatica europea con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio del 7 gennaio otterrà ben poco con la solita manfrina delle promesse diplomatiche o la no fly zone. «Se non vengono a proporre un chiaro e netto appoggio militare a Serraj servirà solo a fare una figuraccia. Perché dovrebbe rinunciare alla potenza militare turca?», si chiede una fonte del Giornale a Tripoli, in prima linea nella crisi. Il giorno dopo la Befana sbarcherà in Libia l’Alto rappresentante per la politica internazionale dell’Ue, Josep Borrell. E dovrebbe essere accompagnato dai ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia. L’obiettivo è lanciare la conferenza di Berlino con un cessate il fuoco garantito da una no fly zone. Di Maio e gli altri ministri rischiano di restare con il cerino in mano di fronte all’accelerazione turca iniziata a fine novembre. Il memorandum di dieci pagine è stato firmato dal ministro della Difesa turco, Halusi Akar, e dal ministro dell’Interno libico, Fathi Bashaagha, dopo che il governo Conte ha fatto orecchie di mercante alle richieste di armi e appoggio reale sul terreno. Il nostro paese ha un contingente di 400 uomini in Libia, ma solo delle sparute aliquote dei corpi speciali e qualche drone aiutano indirettamente il governo Serraj contro il generale Haftar nell’assedio di Tripoli fornendo informazioni. Troppo poco rispetto all’ «abbraccio» militare turco, che in cambio ha ottenuto un controverso accordo marittimo con la Libia, che amplia le pretese di Ankara su una vasta area del Mediterraneo ricca di gas. L’articolo IV del memorandum descrive nei dettagli la «Cooperazione nel campo della sicurezza e militare». Al primo punto sono previsti l’«addestramento, consulenza, pianificazione e materiale di supporto» da parte della Turchia «per una forza di reazione rapida con responsabilità militare e di polizia» in Libia. Il punto 2 riguarda la creazione «di un ufficio comune per la cooperazione militare e di sicurezza in Turchia e Libia». In pratica un comando congiunto che deve occuparsi di «assegnazione di mezzi terrestri, navali e aerei, equipaggiamento, armi e basi».
La soluzione diplomatica tanto caldeggiata dal ministro Di Maio è superata dagli eventi. Non a caso le truppe del generale Khalifa Haftar, che avanzano lentamente a Tripoli, hanno annunciato, ieri, l’abbattimento di un drone turco. L’articolo 5 del Memorandum con Ankara prevede espressamente «lo scambio di munizioni, sistemi d’arma, equipaggiamento militare, veicoli e rilevanti forniture () di materiale» bellico. Non solo: i turchi si impegnano a pagare, in dollari, i salari del personale militare libico, i costi di addestramento, oltre che a fornire le uniformi.
@ nancyporsia: Come hanno notato molti libici sui social, all'arrivo di Di Maio a Tripoli non c'era nessun tappeto rosso all'aeroporto. Ovviamente il video è stato pubblicato da account pro Haftar, tuttavia è effettivamente quel che è accaduto.
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Il memorandum, valido per tre anni, non prevede solo «esercitazioni congiunte», ma «operazioni comuni anti terrorismo, anti immigrazione clandestina» e addirittura «operazioni di pace, umanitarie e anti pirateria». L’articolo IV permette interventi per garantire «la sicurezza dei confini terrestri, aerei e marittimi» libici. Il punto 11 riguarda «lo scambio di informazioni di intelligence e cooperazione operativa» dal Top secret in giù. Inoltre è autorizzato «lo scambio di guest personnel», leggi militari, «consiglieri e unità» sancito dal voto del parlamento turco di ieri, che ha dato il via libera a un contingente di 5-6mila uomini. Il Memorandum già stabiliva l’invio di «un numero sufficiente di personale assegnato all’ufficio di cooperazione e sicurezza in Turchia e Libia () per coordinare le attività operative e di intelligence». La fonte del Giornale a Tripoli spiega che «i turchi non manderanno un corpo di spedizione in blocco, ma prenderanno possesso di alcune basi, inizialmente con piccoli numeri di militari». Il presidente egiziano, Abdel Fatah al Sisi, forte sostenitore di Haftar, ha riunito il Consiglio di sicurezza nazionale e chiesto a gran voce «l’intervento internazionale» contro i turchi. La fonte a Tripoli non ha dubbi: «Gli egiziani accentueranno i raid dei loro cacciabombardieri in Libia e potrebbero intervenire via terra in Cirenaica per aiutare Haftar e assicurare le aree petrolifere».


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