lunedì 11 maggio 2026

ANCHE LEI SI E' CONVERTITA ALL'ISLAM 























SAREBBERO 100 MILA ITALIANE EX CRISTIANE DI SINISTRA CONVERTITE ALL'ISLAM GRAZIE ALLE POLITICHE DEL CENTRO SINISTRA, E VEDIAMO IN PIAZZA QUANDO MANIFESTANO PRO PAL.


 Un sogno romantico che si trasforma in incubo

Italiane convertite all'Islam, lo Stato non protegge le sue figlie.
Sono centomila italiani che si sono convertiti all'Islam negli ultimi anni. Il 55 per cento sono donne.
Cinquantamila italiane hanno abbracciato una fede che strutturalmente subordina la donna all'uomo. Che prescrive l'obbedienza al marito come dovere religioso e che non ha conosciuto alcuna riforma sulla condizione femminile dal Medioevo a oggi.
Non a Kabul. Non a Teheran. In Italia, nel paese che si commuove per Mahsa Amini e sfila per le donne afghane.
La domanda è: chi sono queste donne?
Sono donne fragili, che hanno sposato un uomo sbagliato per le ragioni sbagliate e ora sono intrappolate.
La letteratura scientifica lo conferma con una franchezza che il dibattito pubblico non si permette.
I profili delle convertite presentano tratti ricorrenti e documentati: fragilità psicologica strutturale, dovuta a figura paterna assente o priva di autorità, matrimoni precedenti falliti, assenza di occupazione lavorativa.
L'ISPI ha radiografato il fenomeno con precisione chirurgica: la maggioranza delle convertite italiane abbraccia l'Islam in seguito all'innamoramento e al matrimonio con un uomo musulmano. Non una ricerca spirituale. Una dipendenza affettiva che trova nella religione il proprio alibi.
Nessuna donna psicologicamente sana rinuncia al proprio nome, si copre dalla testa ai piedi e accetta che sia un uomo a decidere se possa uscire di casa o lavorare. Le convertite non incontrano l'Islam colto delle università del Cairo.
Incontrano l'Islam conservatore dell'immigrato di prima generazione che, lontano dalla propria terra, si aggrappa alle tradizioni più rigide come àncora identitaria. Il musulmano integrato e istruito non chiederebbe mai a una donna italiana di convertirsi.
Ma queste donne non cercano un uomo integrato: se lo volessero, ne avrebbero milioni di italiani a disposizione. Cercano esattamente l'opposto. E lo trovano.
Perché sono così? Perché dietro la conversione c'è quasi sempre la stessa storia: padri che non c'erano, madri che non proteggevano, infanzie in cui nessuno insegnava a queste bambine che valevano qualcosa.
Donne cresciute senza un pavimento sotto i piedi, che da adulte cercano qualcuno - chiunque - che le tenga in piedi. Non una scelta religiosa. Un sintomo.
Una convertita lo ha detto con un candore che vale più di cento studi: "Il Corano è come il Codice della strada. Non ci sono curve e non si può tornare indietro. Mi dice cosa devo dire, come mi devo comportare, a casa mia, coi bambini".
Non è il linguaggio di una donna che ha trovato Dio. È il linguaggio di una donna che ha trovato un padrone che la solleva dal peso insostenibile di decidere da sola.
In una società che ha demolito ogni certezza senza sostituirla con nulla, l'Islam riempie il vuoto: regole che non si discutono, un'identità che non si negozia, un posto nel mondo che qualcun altro ha già deciso per te.
Le studiose che hanno intervistato le convertite - Virginie Riva in Francia, Silvia Layla Olivetti in Italia - raccontano tutte la stessa cosa: queste donne sono state conquistate dai racconti ascoltati sullo stile assertivo dell'Islam, sulla dichiarata devozione verso la donna, sul calore della famiglia allargata musulmana.
Un miraggio. Perché queste donne non vengono da famiglie normali. Vengono da famiglie già rotte, fredde, svuotate. Il salto dal gelo affettivo in cui sono cresciute al tepore avvolgente di una festa di famiglia nordafricana le ha travolte.
Il prezzo è la conformità totale. Ma quando sei sola, la conformità sembra un abbraccio.
C'è poi un terzo profilo, il più insidioso. Viktor Frankl - una delle figure più rispettate della psichiatria del Novecento - lo chiamava “Nevrosi Noogena”.
È la nevrosi che nasce dalla mancanza di senso. In una società che ha svuotato le chiese e riempito i centri commerciali, che ha sostituito il sacro con il consumo, alcune donne sviluppano una fame di assoluto che il cattolicesimo post conciliare - ammorbidito, dialogante, aperto al dubbio - non sa più saziare.
L'Islam sì. L'Islam non dialoga: afferma. Non propone: ordina. Non ammette domande. Per chi ha il vuoto dentro, quella certezza granitica è una droga. Non cercano un marito. Cercano un Dio che dica loro chi sono.
Ma il Dio, nella maggior parte dei casi, ha un volto preciso: quello del maschio musulmano. Ed è il dato che nessuno affronta con onestà.
La studiosa Farian Sabahi lo ha documentato senza giri di parole: molte donne si convertono per attirare giovani immigrati dal Marocco o dalla Tunisia, che preferiscono spose musulmane. Spesso uomini più giovani di loro.
In una società dove il maschio occidentale è stato progressivamente decostruito e deriso, il maschio musulmano appare come l'ultimo maschio all'antica: uno che sa cosa vuole, che decide, che non chiede il permesso di esistere.
Che poi la sicurezza sia controllo e la protezione sia sottomissione, lo si scopre dopo. Spesso troppo tardi.
Come finiscono queste storie?
L'ISTAT e l'Associazione matrimonialisti italiani rispondono con un numero che dovrebbe togliere il sonno: il 70-80 per cento di questi matrimoni fallisce. Il 73 per cento si rompe entro tre anni. Per confronto, i matrimoni tra italiani si attestano al 48. Trenta punti di differenza.
Sono normalmente le donne italiane a scegliere un uomo musulmano, solitamente maghrebino, il cui livello socio-culturale è inferiore. La donna crede di scegliere alla pari. Non lo è.
La trappola si chiude in tre atti. Nel primo, la donna perde la rete familiare e amicale - che la considera una squilibrata - e si ritrova dipendente dall'unica rete rimasta, quella del marito.
Nel secondo arrivano i figli, e con i figli le questioni non negoziabili: circoncisione, educazione religiosa, ricongiungimento familiare con la parentela di lui, ruolo della donna ridotto alla dimensione domestica. Nella famiglia mista islamo-cristiana chi cede è sempre lei.
Nel terzo, quando la donna vuole uscire, scopre che la porta è chiusa dall'interno. I paesi musulmani non hanno ratificato la Convenzione dell'Aja del 1980. I figli sottratti dal padre e portati in Nord Africa o in Medio Oriente, dove vige la patria potestà esclusiva, non torneranno.
La madre italiana si ritrova sola, senza figli, senza alcuno strumento giuridico per recuperarli. L'Associazione matrimonialisti italiani la definisce la ferita più grave di queste separazioni. Un eufemismo per descrivere una mutilazione.
Per aprire un conto corrente in Italia servono un documento d'identità, il codice fiscale, la prova di residenza e la firma su ventiquattro pagine di informativa sui rischi. Lo Stato ha normato con puntigliosità.
Invece per un matrimonio con un musulmano - per il quale le statistiche indicano una percentuale di fallimenti disastrosi, che oscilla tra il 70 e l’80% - non esiste neanche un foglietto illustrativo.
Non un corso prematrimoniale obbligatorio per coppie miste interreligiose. Non un'informativa sui rischi della sottrazione dei minori. Non un protocollo di screening per intercettare le vulnerabilità patologiche che precedono la conversione.
La Chiesa si affida allo "sguardo benevolo" dell'Amoris Laetitia. Lo Stato non fa neppure quello.
Queste donne camminano sottomesse per le strade italiane. A Centocelle, a Cinisello Balsamo, nel centro storico di Bologna. Col velo, i figli per mano, il marito tre passi avanti. Nessuno le vede. Nessuno le conta. Nessuno chiede loro se stanno bene.
In Veneto i centri antiviolenza della Regione segnalano una quota crescente di donne compagne di uomini di cultura islamica. Ma quelle sono le donne che chiedono aiuto. Le convertite non lo chiedono, perché hanno già perso ogni rete. Sono il sommerso che nessuno quantifica perché nessuno lo cerca.
L'Italia piange le spose bambine di Kabul e sfila con le bandiere viola per le donne iraniane. Poi ignora le sue figlie di Torre del Greco, di Inzago, di Treviglio, di Torpignattara.
Quelle che un giorno si chiamavano Maria Giulia e il giorno dopo si chiamano Fatima. Con una differenza che brucia: le donne di Kabul non hanno mai avuto scelta. Queste credevano di averla. E nessuno ha avuto il coraggio di dir loro che si sbagliavano.
Roberto Riccardi

ROMPONO I COGLIONI ALAL MELONI CHE SI SPOSTA PER LAVORO MENTRE IL SINDACO SALIS SI MUOVE PER DIVERTIMENTO, COME NEL POST. INVECE DI STARE  A GENOVA A RISOLVERE I PROBLEMI DEI GENOVESI I UALI NON L'HANNO VOTATA PPER FARE LA PASSERELLA.



 







































LA TESTA DI CAZZO DI ALBANESE ORA FRIGNA PERCHE' DICE CHE LA UE SI STA' ISDRAELANDO QUANDO LA UE STA' PORTANDO AVANTI DA ANNI L'INVASIONE ISLAMICA. FRANCESCA ALBANESE NON CI PIGLI PER IL CULO. OVVIAMENTE HO MESSO UN SOLO COMMENTO PERCHE' SONO TUTTI DA PARTE DEI SINISTRATI CHE COMMENTANO A CAZZO DI CANE COME AL SOLITO. AD ESEMPIO QUESTO VS COMPAGNO CHE COMMENTA COSI:


Gisella Manca Martini

E.meno male!!!!!
Una che critica solo Israele e non.una parola sulla strage sui giovani israeliani fatta da Hamas non merita nessun crediti🤮🤮🤮🤮🤮🤮🤮🤮🤮🤮🤮🤮

Teresa Milo

Gisella Manca Martini Invece te hai credito che non parli di anni ed anni di vessazioni, occupazioni, uccisioni che Israele ha perpetrato per anni ed anni.
Si sentono sempre le due campane e tutte e due parlano solo di odio 😡😡🤬🤬




VERGOGNOSA !!
ECCO !!
😡🤬
“L’Europa si sta israelizzando”.
L'albanese fa la vittima,
ma dimentica che i governi Ue
bersagliano Israele.
Sui social gira un post
che attribuisce
a Francesca Albanese
una formula sintetica:
“L’Europa si sta israelizzando.
I governi anziché prendere
le distanze da Israele,
continuano a stringere con esso legami commerciali,
militari e tecnologici”.
Letteralmente, la frase non risulta tratta da un singolo discorso,
ma riassume con efficacia il filo che la relatrice speciale dell’ONU ha sviluppato pubblicamente
nelle ultime settimane:
dal palco di Uno Maggio a Taranto al commento sull’intercettazione della Global Sumud Flotilla 3
a Creta.
La sua tesi è che i governi europei pronuncino critiche pubbliche mentre, sul piano commerciale, militare e tecnologico,
conservano legami che li rendono complici strutturali
del comportamento israeliano.
Prendiamolo sul serio,
per misurarne i limiti.
L’argomento non è “i governi europei sostengono Israele”
quasi nessuno di loro
lo fa pubblicamente,
e Albanese lo sa benissimo:
è proprio per questo
che ha spostato il discorso
sull’infrastruttura.
L’Europa istituzionale dell’ultimo biennio si è mossa in direzione opposta al lamento.
Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovenia hanno riconosciuto lo Stato di Palestina nel maggio 2024.
La Francia nel settembre 2025.
Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi hanno assunto posizioni critiche.
La Germania, malgrado la propria linea costituzionale di difesa di Israele, ha sospeso parte delle licenze di esportazione armi.
L’Italia, dopo le critiche di Meloni a Israele all’Assemblea ONU del settembre 2025,
ha sospeso il memorandum di difesa il 14 aprile 2026 e qualificato come illegali i fermi della Flotilla nella nota del 30 aprile.
Restano in posizione filo-israeliana esplicita solo l’Ungheria e, più sobriamente, la Repubblica Ceca:
eccezioni,
non la linea continentale.
Quella che descrive Albanese
non è l’Europa “israelizzata”:
è, al contrario,
un’Europa al massimo storico
di distanza pubblica
dal governo israeliano.
Il secondo paradosso
è il più rivelatore.
Albanese e i suoi sodali,
Avs, 5 Stelle, settori del Partito democratico, omologhi europei,
lamentano che “non si parli di Gaza”.
Eppure, Gaza è, da due anni,
il primo tema della discussione politica e mediatica europea.
Chi ha vinto l’egemonia
narrativa è la loro parte,
non quella opposta.
La rottura che chiedono
è quella ideologica, formale;
ma una democrazia non può sostanziarla oltre un certo limite, perché significherebbe rompere accordi commerciali, di sicurezza e scientifici in atto da anni e dove in molti casi sarebbe proprio l’Europa ad averne nocumento,
molto più di Israele.
Resta un effetto da guardare in faccia.
La campagna pro-palestinese,
intrecciata a slogan pubblici sempre più espliciti,
coincide cronologicamente con un’ondata di episodi antisemiti in continua crescita,
documentata per l’Italia dal CDEC: 877 nel 2024, 963 nel 2025, proiezione 2026 al rialzo.
Lo stesso discorso
vale per l’intera Europa.
Critica politica a Israele
e antisemitismo
non sono la stessa cosa.
Ma il clima che la sua parte
ha contribuito a costruire
non è neutrale rispetto a quei numeri,
ed è un punto su cui chi la sostiene dovrebbe avere almeno un sussulto di responsabilità.
Allora, di cosa sta parlando davvero
Francesca Albanese ?
Sta parlando di un’Europa
che non esiste.
Quella che esiste, semmai,
mostra il successo della sua parte, mascherato da insofferenza.
Riconoscimenti dello Stato palestinese, sospensioni di accordi di difesa, condanne in sede ONU, opinione pubblica massicciamente spostata, magistrature che aprono fascicoli.
Se tutto questo non basta,
è perché l’obiettivo non era solo influire sulla politica europea,
quello è stato raggiunto,
ma ottenere una rottura ideologica che i governi,
per ora, non possono
e non vogliono fare.
Quando chi ha già vinto continua a recitare la parte della vittima,
non sta cercando un cambio di rotta,
ma di non doversi prendere
la responsabilità del disastro
che, vincendo, ha alimentato."
(Paolo Crucianelli,
da "HaKol.it")