sabato 27 aprile 2019

LEGITTIMA DIFESA: LE TOGHE ROSSE VOGLIONO SALVARE I LADRI

 





Le toghe rosse contro la legittima difesa. Ieri il presidente della Repubblica ha promulgato la legge, non poteva fare altrimenti, ma i magistrati del Pd stanno cercando cavilli per salvare i rapinatori ed impedire che la difesa sia “sempre legittima”.

I magistrati parlano di “incertezza”, sottolineano “problemi interpretativi” e qualcuno evoca il ricorso alla Corte Costituzionale. Vero baluardo del fascismo rosso che da decenni incatena il Paese.
“I rapinatori da oggi sanno che se entrano in una casa, un italiano può difendersi senza rischiare di passare anni davanti a un tribunale in Italia”, ha scritto Salvini dopo l’approvazione della legge. Ma come per tutte le leggi approvate dai rappresentati del popolo, che è sovrano, saranno boicottate dalle toghe rosse.
Nel mirino delle toghe sono finite due questioni: la prima, quella del “grave turbamento”, condizione che con la nuova legge giustifica il ricorso alla legittima difesa. Per Mattarella il testo “presuppone” che sia un concetto “obiettivo” e non “soggettivo”. Dunque sarà il giudice a valutare se vi sia effettivamente stato “grave turbamento” nel momento in cui viene esploso un colpo di pistola. La seconda, invece, riguarda l’articolo 1, dove la riforma prevede che la difesa sia “sempre” legittima: non sarà più necessario che il bandito mostri la pistola, ma basterà la minaccia generica di usare violenza per giustificare la reazione della vittima. Un salto epocale, ma che sembra andare un po’ di traverso ai magistrati.
L’obiettivo della riforma, in fondo, era ed è chiaro: togliere discrezionalità ai giudici (e ai pm). Nel 2006 il governo Berlusconi decise di introdurre la legittima difesa domiciliare, stabilendo il diritto all’autotutela della propria casa, del negozio o dell’ufficio. Sembrava una rivoluzione. Il fatto è che alla fine le toghe ne hanno limitato l’applicazione. Molti giudici si sono domandati infatti cosa intendesse il legislatore per “pericolo di aggressione”: basta la minaccia? La pistola deve essere vera o basta lo sembri? O addirittura serve che il bandito spari per primo? Nel 2014 la Cassazione precisò che l’ingresso fraudolento o clandestino in una dimora non era sufficiente per dichiarare la legittima difesa. Poi, con una sentenza del 3 luglio 2014, disse che la legittima difesa domiciliare non poteva “giustificare l’uccisione con uso legittimo delle armi di un ladro introdottosi in casa quando sia messo in pericolo soltanto un bene patrimoniale dell’aggredito”.
È proprio su questi due punti che il Parlamento è intervenuto. D’ora in poi affinché scatti la legittima difesa non sarà necessario che il ladro abbia un’arma in mano, bensì sarà sufficiente la sola minaccia di utilizzarla. Inoltre, non sarà necessario che la minaccia sia espressamente rivolta alla persona (è prevista la difesa della “propria o la altrui incolumità” e dei “beni propri o altrui”). Infine, con il nuovo testo si esclude la punibilità di chi si è difeso in “stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto”. Un cambio di passo notevole.
 Non è un caso dunque se i magistrati hanno esultato nel leggere la lettera inviata da Mattarella alle Camere. Il Colle non approva il testo, è evidente. E i magistrati condividono il passaggio in cui sottolinea che, affinché la difesa sia legittima, debba continuare a sussistere l’urgenza di difendersi da un pericolo attuale (ossia in atto, contemporaneo) di un’offesa ingiusta. “La valutazione in concreto della proporzionalità, nonostante l’illusoria introduzione della paroletta magica ‘sempre’, rimane imprescindibile”, dice oggi l’ex procuratore di Milano, Edmondo Bruti Liberati, in una intervista a Repubblica. “Il Presidente ha escluso ogni illusione di automatismi e presunzioni di legittimità” e “non basterà addurre genericamente un ‘grave turbamento'”.
L’avvertimento dell’Anm però ha il sapore della sfida: “Nella concreta applicazione – ha avvisato Grasso – se emergeranno dubbi di costituzionalità, saranno sottoposti al vaglio della Corte Costituzionale”. Tradotto: attendiamoci un intervento della Consulta. Secondo la legge, infatti, sono gli stessi giudici (all’interno di un processo) a poter chiedere l’assist della Suprema Corte. È probabile che accadrà, l’Anm l’ha fatto capire chiaramente. Per Grasso il “grave turbamento” è “un elemento di possibile incertezza”, dunque “i giudici che di volta in volta saranno chiamati ad applicare questa nuova norma” decideranno come interpretarla. E eventualmente “tutto sarà sottoposto alla Consulta”. A quel punto la Corte Costituzionale valuterà il testo e potrebbe dichiararlo incostituzionale. Costringendo così il Parlamento a ricominciare d’accapo.
Se vogliamo veramente liberare l’Italia, è tempo di depotenziare la magistratura, rendendo di fatto obbligatorio per le toghe di applicare la legge alla lettera e, soprattutto, eliminando uno dei poteri dove si annida la resistenza alla sovranità popolare: la Consulta.
L’idea che una quindicina di nominati possa abrogare una legge approvata dal popolo è allucinante, degno di una oligarchia orientale.
La Corte Costituzionale va quindi, o abolita o le sue decisione rese obbligatorie non più a maggioranza, ma all’unanimità: così da evitare che sia un ‘parlamentino’ non eletto ma veramente un organo che decide sulla costituzionalità di una legge.

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