BAMBINA MALTRATTATA DALLA FAMIGLIA MAROCCHINA: “E’ LA NOSTRA CULTURA”
MAGGIO 23, 2021
Quella dei ricongiungimenti familiari è una vera e propria piaga. Importiamo migliaia di soldati invasori ogni anno e anche bambine sfruttate dalla famiglie.
C’è la figlia legittima e prediletta. E poi c’è la figliastra: picchiata, umiliata, costretta a fare le pulizie e a mangiare il cibo avanzato. Cenerentola abita a Torino.
Succede nel 2016, durante una lezione di educazione fisica: la ragazzina, che all’epoca ha undici anni, indossa una maglietta a maniche corte che lascia intravedere i segni delle violenze subite. Il resto della storia sarà lei stessa a raccontarla agli assistenti sociali. Ora la matrigna e il padre naturale (difesi dagli avvocati Luca Motta e Nella Sforza) sono a processo. Il loro comportamento nel mondo reale si traduce nel reato di maltrattamenti e il viceprocuratore onorario Paola Bellone ha chiesto condanne, rispettivamente, a 3 anni e sei mesi e a 3 anni di reclusione.
Le violenze iniziano nel 2012. Sara (il nome è di fantasia) ha 7 anni quando arriva a Torino. Fino a quel momento aveva vissuto con la madre e la sorellina in Marocco, in un piccolo borgo sperduto sulle montagne. Il padre abitava già in città da parecchi anni, abbastanza per ottenere la cittadinanza italiana. E, pur avendo moglie e figlie nel paese di origine, si era costruito una nuova famiglia. Quando la bambina si trasferisce in Italia, si ritrova così a convivere con la matrigna e la sorellastra sua coetanea. Le manca la mamma, ma allo stesso tempo è felice di aver lasciato il Marocco dove per anni aveva visto la nonna paterna maltrattare la propria madre. Presto però la situazione cambia e comincia lei a vivere le stesse umiliazioni. La matrigna la tratta come una sguattera, mentre la sorella è la principessa di casa. Sara è obbligata a fare le pulizie: non deve tenere in ordine solo la propria camera, ma lavare i piatti, i pavimenti, i panni. Spesso per star dietro alle faccende domestiche trascura i compiti. E ogni volta che torna da scuola con un voto insufficiente, viene punita con pizzicotti, morsi e ceffoni. In altre occasioni, colpita con degli oggetti: cavi, cinture, tacchi a spillo. Un giorno la matrigna le rompe una tazza sulla testa. Un’altra volta, complice anche il padre, viene legata a una sedia con delle fascette da elettricista e frustata sulla pianta del piede con una cintura, mentre la sorella le tiene una mano sulla bocca perché non urli. E viene anche ustionata su una coscia con la lama di un coltello rovente. Non ci sono solo le botte a rimarcare la differenza di trattamento tra le due sorelle. Quando si siedono a tavola per cena, a Sara vengono serviti gli avanzi: pane raffermo, cibo scaduto, pietanze a volte ammuffite. Il gelato è una prerogativa della sorella, come i libri scolastici e l’affetto. «Sei una nullità», le ripetono in casa. Minacciandola di rimandarla in Marocco, dove le avrebbero presto trovato un marito.
Nel corso delle audizioni, emerge così la sofferenza di questa bambina, succube di una cultura che pensava di essersi lasciata alle spalle. Sara (assistita dall’avvocato Lauretta Sangiorgio) fatica a raccontare la propria storia: è dislessica e ha problemi di disortografia. Le sue ricostruzioni sono spesse confuse, ma per la Procura ciò che racconta è circostanziato. E trova conferma anche in parziali ammissioni da parte del padre, che in aula chiede scusa alla figlia. Per la difesa, Sara tende — a causa della sua patologia — a enfatizzare e distorcere il proprio vissuto. «Dobbiamo tenere conto del contesto in cui sono maturati i fatti — ha spiegato l’avvocato Motta nell’arringa — , calarci in una realtà culturale in cui le punizioni corporali sono lecite. Non una violenza fine a se stessa, ma finalizzata all’educazione. Sbagliata per la nostra cultura, ma non per quella degli imputati».
E’ la loro cultura. Va bene. Ma perché dobbiamo importarla a casa nostra?

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