giovedì 20 dicembre 2018

PROFUGO VIOLENTA DONNA INCINTA E CAMERIERA, RIPRENDE PROCESSO







E’ ripreso ieri con la testimonianza “bis” di Alessandro Maurizi della Digos e di una delle vittime il processo per violenza sessuale a un rifugiato bengalese (un rifugiato bengalese!!!) di 32 anni, ospite nel 2015 dell’albergo Carpe Diem di Orte, trasformato in centro di accoglienza con il business dei finti profughi generato da Mare Nostrum.
Le vittime, una donna in avanzato stato di gravidanza, davanti alla quale l’imputato si sarebbe masturbato; e un’addetta alle pulizie 32enne, che avrebbe preso da dietro mentre gli insegnava come si puliscono gli specchi in un bagno della struttura.
I fatti risalgono alla primavera di tre anni fa. Un caso del quale si è occupata direttamente la Digos, per i contrasti tra cosiddetti profughi di religione musulmana e cristiani.
La donna delle pulizie, già sentita all'udienza del 26 gennaio 2017, è dovuta tornare in aula, dopo l’azzeramento della sua deposizione, avvenuto quando si è scoperto (l’hanno scoperto dopo anni!) che l’imputato non parla una parola d’italiano.
La 32enne ha confermato la sua versione. “A mamma, no”, le avrebbe detto il presunto maniaco, mentre lei scappava dopo essersi divincolata dall'abbraccio non voluto. Il giovane avrebbe avuto paura di finire nei guai, se l’avesse saputo la titolare della struttura, definita ‘mamma’.
In aula c’era l’interprete ma non il bengalese: “Il processo pende sul ruolo da oltre tre anni – ha sottolineato il giudice – e necessita di trattazione celere per la gravità dei fatti contestati e perché l’imputato è stato già sottoposto a misura cautelare”.
“Lui voleva baciarmi. Io gli ho detto no e sono andata via, poi l’ho incontrato mentre scendevo di sotto e mi ha detto ‘A mamma, no’, ma io ero spaventata e sono andata subito a dirlo a ‘mamma’ che è la responsabile del centro di accoglienza”, ha spiegato, riconoscendo l’imputato.
Nuovamente in aula anche il sovrintendente Alessandro Maurizi della Digos, pure lui sentito due anni fa come la donna, che ha spiegato come tutti i centri di accoglienza della provincia siano monitorati costantemente dalla Digos: “Per noi è importante l’aspetto dei rapporti tra i vari gruppi religiosi presenti. Capita che ci siano difficoltà di integrazione tra le varie confessioni. Per questo abbiamo fatto attività investigativa e raccolto le denunce. Presso la Polfer di Orte quella dell’addetta alle pulizie e nella sua camera da letto quella della donna incinta, che era al nono mese di gravidanza e non poteva muoversi”.
La 41enne egiziana, giunta da poco col marito nel nostro paese, non parlava una parola d’italiano: “L’ha sentita una collega che parla inglese. Quando siamo entrati nella camera, lei era completamente serrata nella stanza. Chiusa dentro e con le tapparelle abbassate. C’era un cattivo odore tremendo, per cui abbiamo spalancato porta e finestra. A un certo punto, fuori, è passato il bengalese, e lei vedendolo è scoppiata a piangere, dicendo che era lui l’autore del fatto”.
Il processo riprenderà il 23 gennaio, quando saranno sentiti due testimoni della difesa.
Il fatto che fino al decreto Salvini i bengalesi potessero essere considerati ‘profughi’, e che ora c’è chi protesta perché non saranno più, spiega più di ogni altra cosa il degrado a cui era giunto il nostro sistema di ‘accoglienza’.


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