giovedì 25 giugno 2020

LE MULTINAZIONALI CHIEDONO PIÙ CENSURA SU FACEBOOK: “O NIENTE PUBBLICITÀ”









LE MULTINAZIONALI CHIEDONO PIÙ CENSURA SU FACEBOOK: “O NIENTE PUBBLICITÀ”




Le polemiche sulla condotta dei social continuano a infiammare il dibattito negli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump, più volte censurato da Facebook e Twitter, ha lanciato il suo guanto di sfida ai colossi della rete. L’obiettivo? Rompere il loro monopolio e l’imposizione sempre più soffocante del «pensiero unico» che veicolano. Ma se Trump ha iniziato a muovere le pedine sulla scacchiera, anche i suoi avversari non rimangono a guardare. A cominciare dai dipendenti di Facebook, che hanno aspramente criticato il loro capo Mark Zuckerberg, accusandolo di essere stato troppo morbido e conciliante con il presidente. Ora, però, scendono in campo anche alcuni marchi di abbigliamento, tra cui North Face, che stanno mettendo parecchia pressione al gigante di Menlo Park.





A difesa della teppaglia di Black lives matter
A ricattare pubblicamente Facebook, infatti, sono stati alcuni brand molto noti dell’industria vestiaria. Nello specifico si tratta di North Face, Patagonia e REI, che hanno annunciato urbi et orbi che non intendono più pagare la pubblicità per sponsorizzare i loro capi sul famoso social network. «Cosa faresti con 70 miliardi di dollari? Sappiamo cosa ha fatto Facebook», hanno affermato i promotori della campagna Stop Hate for Profit, che accusano Facebook di «amplificare i messaggi dei suprematisti bianchi» e di «permettere l’incitamento alla violenza». Secondo i sostenitori di questa campagna, infatti, la creatura di Zuckerberg avrebbe consentito agli utenti «razzisti» di diffondere contenuti che incitano alla violenza contro i manifestanti di Black lives matter, che notoriamente sono pacifici e non violenti…


«Per troppo tempo, Facebook non è non è riuscito a prendere provvedimenti sufficienti per fermare la diffusione di fake news e di propaganda dannosa sulla sua piattaforma», ha spiegato Cory Bayers, responsabile del marketing di Patagonia, che si è lamentato anche del fatto che Facebook ha inserito Breitbart tra le «fonti di notizie attendibili». Un crimine di lesa maestà politicamente corretta, a quanto pare. Stesso messaggio da parte di North Face, che ha reso noto che il suo marchio non pagherà inserzioni finché Facebook non varerà «politiche più rigorose» che censurino sulla sua piattaforma il «materiale che incita all’odio». In effetti, fanno notare i marchi in rivolta, a cui si dovrebbero aggiungere anche Vans e Timberland, il 99% dei 70 miliardi degli utili di Facebook proviene proprio dalla pubblicità. E a Zuck potete toccargli tutto, ma non il portafoglio.
Queste sono vere e proprie estorsioni. Un manipolo di miliardari che vuole pilotare il discorso esigendo la censura dei cittadini normali attraverso la minaccia dell’utilizzo o il non utilizzo della propria ricchezza.
Se poi teniamo conto che questa ricchezza si è accumulata proprio sfruttando lavoratori low-cost come immigrati o veri e propri schiavi nel terzo mondo, si può comprendere la gravità ipocrita di queste minacce.
E’ in gioco la democrazia. Perché il cittadino non può essere libero se non può esercitare il proprio diritto alla libertà di espressione in quanto schiacciato dalle pretese di miliardari.
Oggi i patrioti sono i nuovi ‘comunisti’. Il vero terrore delle multinazionali. L’unica forma di resistenza alla Globalizzazione.







MA PERCHè la gente si iscrive al servizo di spionaggio industriale di tale soggetto? tanto mica c’è la gata alle olimpiadi di commneti su facciadimerdabook?
non serve , meglio leggere i giornali anche fake!







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