giovedì 25 giugno 2020

FLOYD-PADRE E FLOYD-FIGLIO SI RITROVANO IN PRIGIONE, MA A SEPARARLI C’È IL COVID: IL DELIRO DE LA STAMPA ANCHE MURGIA VUOLE FAR GIOCARE I BAMBINI CON LE BAMBOLE, INSOMMA LA SINISTRA VUOLE UNA FROCIAGGINE ISLAMICA 









FLOYD-PADRE E FLOYD-FIGLIO SI RITROVANO IN PRIGIONE, MA A SEPARARLI C’È IL COVID: IL DELIRO DE LA STAMPA

 

L’inviato de La Stampa da New York ha partorito un pezzo che definire delirante non riesce ad esprimerne a pieno il deliro.
Parla di un nero americano in carcere per omicidio che ricongiunge al figlio in carcere per omicidio dopo anni. Secondo l’inviato sono loro le vittime, non chi hanno ucciso.
«Per i figli è consueto onorare i padri nel Giorno del papà, ma io non ne ho mai avuto uno. Avevo giurato a me stesso che se avessi avuto un bambino, sarei stato presente per lui. Ma non l’ho fatto. Invece ho passato gli ultimi 24 anni in prigione, da prima ancora che tu nascessi. Quando finalmente ci ritroviamo insieme, senza un telefono, un vetro, o un tavolo nel salone delle visite a separarci, è in prigione!».
Comincia così la lettera di Robert Barton a suo figlio, che non solo sta commuovendo l’America, ma nel clima delle tensioni esplose dopo l’omicidio di George Floyd, la sta costringendo a riflettere sulle cause profonde dell’emergenza. Robert, afro americano, sta scontando una condanna a 30 anni per omicidio. In carcere però è cambiato ed ha creato un blog chiamato Medium, su cui discute i problemi razziali e sociali. Domenica scorsa ha scoperto che suo figlio è stato rinchiuso nella stessa prigione, ma non possono stare insieme a causa del Covid-19. Perciò gli ha scritto una lettera.
«Quando mia madre, tua nonna, mi ha detto che la polizia aveva abbattuto la porta di casa e ti aveva arrestato, il mondo mi è crollato addosso. È come vederla rivivere la stessa esperienza traumatica che aveva passato con me, quando ero stato arrestato a 16 anni. Mi sono già scusato con lei, ora voglio farlo con te». Barton spiega così la sua assenza: «Quando sei stato concepito, io stesso ero un ragazzino. Infatuato dalla vita di strada, non capivo che così ti avrei lasciato come me, senza papà».

Robert ricorda di aver visto per la prima volta suo padre quando aveva 5 o 6 anni, durante una visita in carcere: «Non lo vidi più fino all’età di 10 anni. Mia madre lo chiamò affinché mi parlasse, dopo che mi avevano beccato a rubare. Non ne uscì nulla di buono. Mi portò in strada con lui. Sedevo in auto, mentre vendeva droga. Mi riportò a casa con la promessa di tornare il weekend successivo. Invece non lo avrei più rivisto per 11 anni, fino a quando mia madre gli chiese di venirmi a trovare in ospedale, perché mi avevano accoltellato in prigione. Ancora oggi non lo chiamo padre».
Barton racconta al figlio come è nato: «Ho conosciuto tua madre il giorno del mio compleanno. Ero appena uscito dal riformatorio e volevo celebrare. Non ti mentirò: non ero molto preso da lei. Ma quando mi disse che era incinta, decisi che le sarei rimasto vicino». Le cose però non andarono secondo i piani: «Questa nuova responsabilità significava che avevo bisogno di fare più soldi, perciò iniziai a battere le strade ancora più di prima. Due settimane dopo fui arrestato per omicidio di primo grado. Poco importa che non fui io a premere il grilletto: ero nell’auto e ciò bastò». Così Robert vide il figlio neonato per la prima volta in carcere: «Lo ricordo come fosse oggi. Fu amore a prima vista. Somigliavi a me. Quando tornai in cella piansi come un bambino». La madre però non era in grado di crescerlo, e quindi fu adottato dalla nonna: «Pensavo che con lei tu fossi al sicuro, solo ora capisco che avevi bisogno di un padre. Quando eri più piccolo, mi dicesti che mi odiavi. Non compresi il perché, ma ora sì. Quando ti chiedevo come andava, rispondevi a monosillabi. Non è che non volessi il mio aiuto, ma pensavi che non potessi aiutarti».
Le loro strade così si sono ricongiunte solo in carcere: «Per molti versi siamo uguali. Ti amo». La lezione che ora Robert vuole insegnargli è questa: «Tutti facciamo errori, ma ciò che conta è cosa impariamo dai nostri sbagli». Barton spera di ricostruire la vita sua e del figlio: «Il processo per rientrare nella società non comincia quando esci dal carcere, ma quando entri. Tornerai a casa, ma che persona sarai? È il punto su cui voglio che ti concentri». Il problema dell’America è tutto qui: Robert è colpevole, come la società che lo ha messo in queste condizioni. Finché entrambi non lo riconosceranno, facendo il possibile per cambiare, la storia si tramanderà sempre uguale di padre in figlio.
La realtà è che la criminalità è endemica tra i maschi afroamericani. Secondo molti è una combinazione natura-ambiente: eccesso di testosterone e tracollo della società afroamericane dopo la fine della segregazione.
E’ un dato di fatto che la maggioranza dei figli neri abbia padri neri in carcere. E che la stragrande maggioranza nasca fuori dal matrimonio.
Una società con figli senza riferimento maschile, un po’ una sorta di società matriarcale, non può che dare vita ad una lunga catena di perpetuazione di crimini. Anche se la Murgia vorrebbe farli giocare con le bambole.




ma che bella famigliola, proprio una sciccheria!

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