lunedì 11 maggio 2026

ZOZZE CON LE PULCI DI SINISTRA FANNO TANTO RUMORE PER UNA PIUMA. W GLI ALPINI.


𝗠𝗢𝗟𝗧𝗢 𝗥𝗨𝗠𝗢𝗥𝗘 𝗣𝗘𝗥 𝗨𝗡𝗔 𝗣𝗜𝗨𝗠𝗔
(𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗺𝗶𝗻𝗶𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗳𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗿𝗶𝗺𝗮𝘀𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗯𝗼𝗿𝘀𝗮)
Gli Alpini hanno il torto, tra le altre cose, di essere esattamente quello che sono. Uomini che si riconoscono in una comunità senza disagio, che cantano la patria senza chiedere il permesso a nessuno, che portano lo zaino e la pala quando serve senza attendere la convocazione di un tavolo di confronto. In altri tempi sarebbe stato considerato un insieme di qualità abbastanza ordinarie.
L'Adunata a Genova è finita, e vale la pena raccontare quello che è successo prima che cominciasse, perché è più istruttivo di quello che è successo durante. E perché le città, ogni tanto, meritano che qualcuno si prenda la briga di raccontare quello che hanno dovuto subire in silenzio. Conviene seguire la sequenza dall'inizio, perché i dettagli, in questa storia, non sono casuali.
Prima il detonatore politico: un'esponente dell'area progressista vicina alla maggioranza aveva liquidato l'evento come una pagliacciata. Il segnale era partito, e i segnali, una volta partiti, vengono raccolti da chi sa cosa farsene. La calunnia, cantava Rossini, è un venticello: parte piano, sottovoce, poi si diffonde, si propaga, diventa temporale. Non immaginava che avrebbe descritto così bene la politica urbana del terzo millennio.

Dal venticello in poi il meccanismo ha seguito il suo corso con la precisione di chi conosce il copione a memoria. I collettivi femministi hanno fatto la loro parte con solerzia ammirevole: scritte notturne sui sampietrini, vademecum anti-molestie, fischietti distribuiti come dispositivi di protezione individuale, come se Genova non stesse per ospitare una festa popolare ma per subire un'occupazione da contrastare quartiere per quartiere. I centri sociali hanno fatto il resto, con quella naturalezza di chi non necessita di istruzioni esplicite perché ha già interiorizzato il mandato: alzare la tensione, trasformare la celebrazione in conflitto, ricordare a tutti che il sottobosco esiste e sa dove mettersi quando il nemico viene indicato. L'intero dispositivo sorretto da una cultura politica che non ha bisogno di firmare il disegno complessivo perché lo produce come riflesso naturale. È un meccanismo antico. Funziona perché nessuno lo ferma.
Nel frattempo la città aspettava. Genova, quella che lavora, che mugugna, che ha una memoria antica e sa riconoscere quando viene usata come sfondo per recite che non ha scritto né scelto, aspettava con quella pazienza che non è mai rassegnazione ma talvolta le somiglia troppo. Sarebbe bastato poco. Una parola chiara, il coraggio minimo di dire da che parte si stava. L'amministrazione ha preferito la distanza prudente, le condanne astratte, la mozione di solidarietà respinta. Ha lasciato che la filiera lavorasse e che la città portasse su di sé una vergogna non sua. È questo il dettaglio più difficile da digerire: non quello che è stato fatto, ma quello che non si è trovata la forza di fare.
Poi gli Alpini sono arrivati, e la realtà si è rivelata incorreggibilmente più semplice della narrativa. Genova si è popolata di cori, abbracci, memoria collettiva e di quella vitalità concreta che nessun vademecum ideologico è attrezzato a produrre. I fischietti sono rimasti nelle borse. La città ha guardato gli Alpini e ha visto persone, e ha scelto da che parte stare con una chiarezza silenziosa che nessuna delibera avrebbe saputo eguagliare.
A quel punto la sindaca ha misurato il vento e si è accodata a quello che tirava. Fotografia con le penne nere, sorriso, una canzone di montagna. La manovra di chi riconosce una battaglia perduta e si affretta a stare dalla parte dei vincitori, con la disinvoltura di chi non ha mai annoverato la coerenza tra i vincoli cogenti.

Silvia Salis ama richiamarsi a una tradizione partigiana. I partigiani prendevano posizione quando costava qualcosa, non quando il vento era già cambiato, non con una fotografia a battaglia conclusa. In questi giorni, mentre venivano insultati gli Alpini e con loro la Genova che li stava accogliendo, la sindaca ha galleggiato nell'equivoco, ha coltivato l'ambiguità, ha tutelato l'elettorato. Non ha scelto la città. Ha scelto la sopravvivenza politica. È una scelta legittima. È anche, semplicemente, un'altra cosa rispetto a quello che dice di essere.
Quello che è mancato non è il coraggio delle armi, nessuno lo chiedeva, ma il coraggio più elementare: dire da che parte si sta quando la propria città aspetta una parola chiara che non arriva. Chi aveva costruito la filiera è rimasto al proprio posto, in silenzio, senza conseguenze e senza abiure pubbliche. Perché queste filiere non chiedono scusa e non si smantellano dopo una sconfitta. Attendono la prossima occasione con la pazienza di chi sa che i nemici simbolici non si esauriscono mai.
Cambia sempre e solo il cappello. Non cambia mai chi ha bisogno di odiarlo.
That's it.




















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