Anche prima che la guerra scoppiasse, l’FBI aveva compilato liste di proscrizione di italiani, tedeschi e giapponesi che erano considerati pericolosi. Tra gli italiani, c’erano giornalisti, insegnanti di lingua e uomini attivi in gruppi reduci italiani. Dopo Pearl Harbor, circa 250 sono stati inviati ai campi di concentramento in Montana, famoso quello di Fort Missoula.
A San Francisco, il padre di Joe DiMaggio, Giuseppe non poteva più andare al ristorante di famiglia sul molo perché da maschio italiano non aveva il diritto a muoversi “più di cinque miglia senza permesso”.
L’applicazione delle persecuzioni non è stata lineare. Sulla costa orientale, dove risiedeva una numerosa popolazione italiana, non vi fu alcun trasferimento forzato. In California, soprattutto nel nord, si.
Nella Bay Area, Pittsburg, sede di Camp Stoneman, punto di partenza per le truppe del Pacifico, circa 2.000 italiani furono cacciati e deportati.
Si trattò, in gran parte, di scelte obbligate, visto che eravamo nemici in guerra, ma è bene ricordarselo ogni tanto, quando si sente parlare di ‘persecuzioni’. La fortuna degli italiani e tedeschi residenti in Usa fu che il loro paese di residenza vinse la guerra piuttosto in fretta, se fosse accaduto il contrario, con una guerra lunga che, magari, avesse minacciato davvero le coste americane, è probabile che la persecuzione avrebbe assunto livelli diversi, di un tipo che è stato visto in Europa.